by Antonio Ieroschi
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Cari Colleghi,
la giornata di Firenze del 26 settembre, dedicata alla certificazione professionale delle persone e al rinnovo delle certificazioni, è stata un’importante occasione di incontro e confronto e, anche nel mio ruolo di Consigliere nazionale SINAPE FeLSA CISL, ha rappresentato un momento significativo di condivisione e riflessione.
È da questa esperienza che nasce il desiderio di condividere con tutti voi una riflessione che riguarda da vicino il modo in cui guardiamo alle nostre professioni, alla qualificazione delle competenze e, soprattutto, alla responsabilità professionale nei confronti dei nostri assistiti.
La giornata ha riportato al centro il valore della certificazione della persona e, con essa, la necessità di superare l’autoreferenzialità professionale: la competenza non è soltanto dichiarata dal professionista, ma viene sottoposta a verifica rispetto a requisiti definiti, attraverso un processo strutturato e indipendente, favorendo così maggiore trasparenza, qualificazione professionale e tutela delle persone che a noi si affidano.
Un percorso che, attraverso SINAPE FeLSA CISL quale Organismo di Valutazione (OdV), prevede la valutazione dei requisiti professionali e gli esami, nell’ambito del sistema di certificazione professionale di AJA Europe, Organismo di Certificazione accreditato ACCREDIA.
Un percorso di qualificazione che trova un ulteriore elemento di concretezza nel conseguimento dell’Attestato di Qualità e Qualificazione Professionale dei Servizi Prestati, nell’ambito della disciplina delle professioni non organizzate in ordini o collegi di cui alla Legge 4/2013, rilasciato a seguito della verifica dei requisiti previsti da CONFASCESA – Associazione Professionale iscritta presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT).
Ma uscire dall’autoreferenzialità significa anche creare le condizioni per collaborazioni reali.
Il rigore è anche questo: conoscere il proprio ambito, riconoscerne i confini e valorizzarne l’utilità, mettendo competenze differenti nelle condizioni di dialogare, integrarsi e contribuire, ciascuna nella propria specificità, a una visione più ampia della persona.
È da qui che può nascere un’interdisciplinarità concreta: competenze e ambiti differenti che possono finalmente dialogare e tradurre conoscenze diverse in una visione integrata della salute e del Ben‑Essere, nel rispetto delle specifiche competenze e dei rispettivi confini.
Una prospettiva che trova oggi nella One Health una delle sue espressioni più significative.
One Health è un approccio globale integrato e unificante, definito dal One Health High-Level Expert Panel (OHHLEP) e sostenuto dalla collaborazione tra FAO, UNEP, WHO e WOAH, che mira a bilanciare e ottimizzare in modo sostenibile la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi.
La sua definizione ufficiale richiama inoltre la collaborazione tra settori, discipline e comunità differenti per favorire il benessere (well-being) e affrontare le minacce alla salute e agli ecosistemi.
La transdisciplinarità diventa così un passaggio sempre meno derogabile: mettere in dialogo saperi, competenze e prospettive differenti per costruire una lettura più ampia dell’essere umano, dalla salute al Ben‑Essere, fino alla dimensione individuale del benessere percepito.
È in questa apertura alla complessità che si inserisce la riflessione sostanziale che desidero condividere con tutti voi: come uno sguardo integrato possa trovare concreta espressione nei diversi ambiti che concorrono alla promozione della Longevità e del Ben‑Essere, dall’ambito sanitario alle Discipline Bio‑Naturali, mantenendo saldi rigore, competenze e confini.
A questa dimensione biologica ed ecosistemica si affianca quella dell’esperienza individuale: il modo in cui ciascuno percepisce e vive il proprio stato di equilibrio, la propria qualità di vita e la relazione con sé stesso e con ciò che lo circonda.
Una prospettiva che parte da una domanda per me fondamentale: possiamo ampliare lo sguardo sull’essere umano senza rinunciare al rigore?
🧬 LA BIOLOGIA DI OGGI: UN INVITO AD ANDARE OLTRE LA SOMMA DELLE PARTI
🌐 OLISMO E SCIENZA: UNO SGUARDO SULL’INSIEME SENZA RINUNCIARE AL RIGORE
È anche ciò che le persone sembrano chiedere sempre di più: essere considerate nella propria complessità.
È qualcosa che incontro quotidianamente nel mio lavoro di biologa, nell’ambito della medicina traslazionale e integrata, e che negli anni ho ritrovato all’incrocio tra scienza e vita reale: nel confronto universitario e nella ricerca, nei contesti poliambulatoriali, ma anche nelle conversazioni informali con le persone che si incontrano ogni giorno e nell’ascolto di ciò che ciascuno racconta e percepisce di sé.
Ed è proprio in questo spazio che conoscenze e prospettive differenti possono efficacemente incontrarsi senza sovrapporsi e contribuire a una comprensione sempre più ampia dell’essere umano.
Più mi addentro nella straordinaria complessità della biologia, infatti, più emerge con forza una percezione: probabilmente è vero che l’essere umano è molto più della somma delle sue parti.
Un’intuizione tutt’altro che nuova. Da Aristotele, che nella Metafisica rifletteva sul tutto come qualcosa che non si riduce semplicemente alle sue parti, fino al biologo Ludwig von Bertalanffy, padre della Teoria Generale dei Sistemi, attraversa da secoli il pensiero sulla complessità e ha trovato nella biologia dei sistemi una delle sue espressioni più interessanti.
Una percezione che, negli anni, lo studio, l’esperienza e il confronto interdisciplinare con professionisti dell’ambito scientifico, sanitario e delle Discipline Bio‑Naturali hanno reso sempre più presente.
La terra è ciò di cui siamo fatti e ciò a cui apparteniamo.
Materia, cellule, molecole, microrganismi, metabolismo, segnali, ritmi. Ma anche ambiente, alimentazione e continui scambi con ciò che ci circonda.
L’idea dell’essere umano intimamente connesso alla natura non nasce oggi. In forme e linguaggi differenti, attraversa anche antiche tradizioni di cura, che hanno cercato di leggere la persona all’interno di equilibri più ampi.
Oggi la conoscenza scientifica ci permette di esplorare questa complessità con strumenti sempre più raffinati, mostrando quanto la vita sia fatta di interazioni, reti, adattamenti e relazioni tra sistemi.
Il respiro, ad esempio, può diventare un punto d’incontro tra dato fisiologico, conoscenza e percezione di sé: una relazione letta nella prospettiva della medicina integrata, con l’ausilio delle Discipline Bio‑Naturali con certificazione delle competenze, oggi possibile e auspicata.
È proprio la relazione tra queste diverse dimensioni ad ampliare lo sguardo e a ricordarci quanto la comprensione dell’essere umano richieda di considerare le parti senza perdere di vista l’insieme.
E il cielo?
Il cielo può essere la metafora di quella dimensione dell’essere umano che non sembra esaurirsi nella descrizione delle sue singole parti e che, ancora oggi, risulta difficilmente riconducibile agli strumenti di misura di cui disponiamo.
Eppure è una dimensione sempre più presente nel percepito comune, nel modo in cui le persone raccontano sé stesse, il proprio equilibrio, la propria interiorità e la relazione con ciò che le circonda.
È lo spazio della coscienza e dell’interiorità, del percepito e dell’intuito, della capacità di attribuire significato all’esperienza e di entrare in relazione con sé stessi, con gli altri e con il mondo.
Può comprendere anche ciò che, nel corso della storia e nelle diverse tradizioni, è stato descritto attraverso concetti come spirito, energia o forza vitale: parole appartenenti a sistemi culturali e interpretativi differenti, che non vanno automaticamente confuse con grandezze fisiche o biologiche misurabili, ma che raccontano il tentativo umano, antico e persistente, di comprendere la persona nella sua interezza.
Apparteniamo pienamente alla natura e, nello stesso tempo, tra ciò che possiamo misurare e ciò che possiamo vivere, percepire e intuire si apre una dimensione dell’esperienza umana che non sembra esaurirsi nella sola scomposizione biologica, né nella possibilità di misurarla con gli strumenti di cui disponiamo oggi.
Corpo, mente e quella dimensione interiore che possiamo anche chiamare spirito, non necessariamente come compartimenti separati, ma come differenti espressioni della complessità dell’essere umano.
Questo percorso di studio nasce, in tempi non sospetti, da una volontà pervasiva di comprendere la complessità dell’essere umano, con uno sguardo rivolto alla medicina integrata e, progressivamente, alla dimensione traslazionale: mettere in relazione conoscenze, evidenze e individualità senza perdere la visione d’insieme.
Una ricerca che nel tempo mi ha portata ad attraversare ambiti differenti, mantenendone identità, strumenti e confini, ma cercando continuamente i punti nei quali conoscenze diverse possono incontrarsi e dialogare.
Per questo, sottoporre continuamente le proprie competenze ad aggiornamento e a percorsi di verifica e certificazione, soprattutto nell’ambito delle Discipline Bio‑Naturali, è a mio avviso fondamentale.
Significa contribuire alla tutela delle persone e favorire l’evoluzione di un modus operandi sempre più qualificato, responsabile e aperto al confronto.
Certificare significa dare maggiore solidità e riconoscibilità alle competenze, mantenendo al tempo stesso chiari l’identità, l’ambito di applicazione e i confini propri di ciascuna disciplina.
Ciascun professionista sceglie poi come mettere a frutto ciò che ha studiato e appreso, come continuare a formarsi e come tutelare la persona che a lui si affida e, soprattutto, come far dialogare competenze differenti nel rispetto dei rispettivi confini.
Ed è forse proprio questo uno dei passaggi più importanti: oggi, quando esistono percorsi strutturati di aggiornamento, verifica e certificazione delle competenze, l’autoreferenzialità non può più rappresentare un parametro sufficiente.
È in questa direzione che guardo quando penso al futuro: a una medicina sempre più capace di integrare senza confondere.
È una prospettiva nella quale credo e che, dal mio punto di vista, richiede prima di tutto chiarezza, responsabilità e capacità di dialogo tra competenze differenti.
Integrare significa mettere in relazione conoscenze, competenze e prospettive differenti, nel rispetto dei rispettivi ambiti e confini, mantenendo al centro la persona nella sua complessità.
Perché rigore e apertura non sono opposti.
È proprio il rigore che può permetterci di esplorare la complessità senza trasformarla in approssimazione.
Forse il futuro ci chiederà proprio questo: conoscere sempre meglio le parti, senza perdere l’insieme.
Un caro saluto.
Dott.ssa Simona Ardemagni
- Biologa | Clinical Support Specialist – Human Microbiome R&D
Attività di ricerca – Laboratorio di Neurobiologia e Fisiologia Integrata
Dip. di Biologia e Biotecnologie «L. Spallanzani» – Università degli Studi di Pavia
Docente a contratto – Università degli Studi di Pavia
Membro Human Microbiome Unit – SIBS 1925 – Microbiomica di Base e
Traslazionale
- Naturopata certificata UNI 11491:2013
Certificazione professionale nell’ambito del sistema di certificazione di AJA Europe,
Organismo di Certificazione accreditato ACCREDIA
- Consigliere Nazionale – SINAPE FeLSA CISL

